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Musica di Maurice Jaubert
L'ATALANTE di Jean Vigo

Roberto Gardelli

“Nell’acqua si vede la persona che amiamo”….”Non ti vedo…” “Tu credi che sia uno scherzo. Ma è vero quando lo farai seriamente!” Jean cercherà così Juliette, sua moglie, tuffandosi dalla sua chiatta da trasporto nelle acque di uno dei canali del nord della Francia quando Juliette non riuscirà a tornare al porto e si perderà nella notte parigina dopo aver voluto scoprire da sola la città.
E tutte le notti, dalla tv delle nostre case, Jean vede il riflesso della moglie sott’acqua mentre ascoltiamo “Because the night” di Patti Smith, sigla iniziale di “Fuori orario” su RaiTre.
Ho scelto di scrivere la recensione della colonna sonora di questo film del 1934 perché è l’ultimo lungometraggio di Jean Vigo (che morì di tisi pochi mesi dopo) e perché le scene centrali del film sono quelle note a tutti coloro che attendono con ansia il programma su Rai Tre, programma diventato simbolo di trasmissione di film d’autore e di particolari rarità cinematografiche.
Non voglio entrare nel merito del dibattito se il film sia un capolavoro o meno: da anni la critica si divide su questo. Credo però che sia comunque da considerarsi una pietra miliare nella storia del cinema per la particolare qualità tecnica di alcune riprese, viste le possibilità tecniche di quel periodo storico (la visione della moglie, appunto, sott’acqua da parte di Jean; la scena finale con la coppia che si ritrova e si abbraccia all’interno della chiatta e poi la chiatta ripresa dall’alto che scorre sul canale dove si riflette la luce del sole). Le stesse vicende legate alla colonna sonora, che vedremo più avanti, ne hanno fatto un punto di riferimento per il cinema che ne è seguito.
Il film è una intensa storia d’amore tra il conduttore di una chiatta (Jean) e la giovane moglie (Juliette) intersecata dalla presenza di due personaggi: Père Jules, sorta di vecchio marinaio ubriacone, ruvido ma buono e il suo giovane aiutante.
La storia si svolge in buona parte sulla chiatta, Jean è impegnato nel suo lavoro che è quello di trasportare merci per una compagnia di navigazione, Juliette svolge i lavori tipici delle donne di casa ma sogna di vedere la città e quando arrivano a Parigi lei vuole visitarla. In un locale conoscono un venditore ambulante che vende biancheria e nastri colorati e che, se da un lato scatena la gelosia di Jean, dall’altro appare agli occhi di Juliette come una sorta di serpente incantatore non tanto per una avventura sessuale ma come rappresentazione delle novità che offre la metropoli. Dopo una discussione col marito, una sera la ragazza decide di andare da sola a visitare la città. Non riuscirà a tornare in tempo al porto e potrà ricongiungersi col marito solo a Le Havre; nel frattempo Jean, prima arrabbiato poi depresso per la mancanza di lei, la cercherà dappertutto e anche nell’acqua, mentre il vecchio Père Jules andrà a cercarla e la ritroverà permettendo alla fine del film un lieto finale. Ma è la fuga di Juliette, la ricerca della novità, che io interpreto come la ricerca della conoscenza, la curiosità che la spinge a rischiare addirittura la rottura col marito.
Potrei definire il film una specie di metafora della vita, di una vita a due: la coppia, l’anziano che li aiuta, la chiatta è la casa e il fiume è il corso del tempo e della vita stessa.
Il film è questa storia d’amore: non è così provocatorio e antiborghese come il documentario che Vigo realizzò qualche anno prima “A propos de Nice”, nel quale riprendendo le donne e gli uomini della borghesia francese mentre si crogiolano al sole ne denuncia, contemporaneamente, il senso di ipocrisia e di vuoto propria di quella classe sociale. Né è un film di denuncia sull’educazione nei collegi francesi come “Zero de conduite”. “L’Atalante” è il film che ha meno pathos sociale rispetto ai suoi pochi film realizzati ma è quello forse in cui egli ha cercato di rappresentare più nel profondo il suo senso della vita.
La musica. Rispetto alla linearità della storia, la musica e la distribuzione del film ebbero diversi problemi. La colonna sonora originale fu realizzata da Maurice Jaubert, grande autore all’epoca che aveva già lavorato con Vigo e con altri registi. Jaubert si affida ad una orchestrazione semplice e di derivazione popolare, fa largo uso di melodie facili e di una strumentazione tipicamente francese: la musette, la famosa fisarmonica parigina, è presente in quasi tutto il film.
Il film però non ebbe il successo previsto e la produzione decise, all’insaputa di Vigo e di Jaubert stesso, di tagliare buona parte della colonna sonora e di applicarci letteralmente sopra brani della canzone “Le chaland qui passe” , (Il battello che passa) versione francese di “Parlami d’amore Mariù” canzone di C.A.Bixio e lanciata da Vittorio De Sica proprio in quel periodo. Nonostante ciò il film non guadagnò quanto i produttori avevano sperato. Ma è importante questo aspetto: perché ciò rappresenta uno dei primi esempi in cui la produzione manipola un prodotto d’autore (di qualunque autore si tratti) a suo uso e consumo stravolgendone la sceneggiatura, in certi casi, la musica, l’essenza stessa del film.
Se prendiamo però la versione originale Jaubert ci regala una musica discreta, una musica che sottende l’immagine, ne è cioè diretta emanazione: così il motore della chiatta, con la sua ritmicità e regolarità è “segnato” dal pizzicato degli archi mentre il sax disegna il tema d’amore in una tenue e malinconica linea melodica. La musette, i violini, il sax, piccole percussioni sono una strumentazione essenziale che aderisce completamente alle immagini di questo film d’epoca. Esistono poi delle vere e proprie scene che non esito a definire da “storia del cinema”: stupenda la scena in cui Père Jules, nel tentativo di distrarre Jean dalla tristezza per la sparizione di Juliette, pulisce un disco con un dito e mentre fa girare il dito sulla lacca il disco inizia a suonare. Père Jules si ferma e riprende a girare per due volte e per due volte il disco interrompe la musica e poi la riprende finchè un cambio di inquadratura fa vedere come questo suono sia in realtà prodotto dall’aiutante del vecchio Jules che suona la fisarmonica. Lo spettatore rimane affascinato e sorpreso dall’idea che sia il dito a far suonare il disco; il suono qui trasporta chi guarda in un’immagine fantastica, si ha la sensazione di entrare in un qualcosa di magico che la visione successiva della fisarmonica invece annullerà riportandoci alla realtà. Questo gioco, questa finzione è resa possibile grazie alla musica: una musica che prima sembra “esterna” alle immagini (poiché non se ne vede la fonte sonora) poi, di colpo, diventa “interna” alla scena. Questa scena è un vero capolavoro e fa de “L’Atalante” un film cult della storia del cinema.

 

 

Rif. 991  

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