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Un documentario per rompere il muro del silenzio

Alessandro Rizzo

A 5 anni di distanza dai fatti dell’11 settembre, e dopo molte produzioni, molte in mainstream e di larga distribuzione, spesso commerciali, più o meno di valenza spettacolare e di grande effetto, si presenta, invece, un film documentario altro e diverso sia nei contenuti, sia nelle tecniche di produzione. Il regista del film in produzione, Franco Fracassi, è stato intervistato dalla nostra redazione: l’obiettivo finale consiste nel ricercare una verità che, vuoi per ingerenze eterodirette sull’informazione massiva, vuoi per produzioni troppo romanzate, è stata celata e poco diffusa.

Perchè e da dove nasce l'idea di fare un film documentario, oggi, sui fatti dell'11 settembre? Quali obiettivi e finalità vi siete posti?

Il documentario si sta realizzando oggi perché solo adesso si sta diffondendo una coscienza comune sul fatto che la storia che ci hanno raccontato le autorità statunitensi sull’11 settembre fa acqua da tutte le parti. Due giorni di indagine e poi l’Fbi ha dichiarato risolto il caso. Credo che la polizia indaghi più a lungo su un portafogli smarrito in un parco di quanto abbiano fatto gli investigatori di Washington. L’obiettivo massimo del film è far sì che l’opinione pubblica mondiale prenda coscienza e faccia pressione sulla Casa Bianca, o quanto meno sui rispettivi governi, perché si riaprano le indagini. Opinione pubblica mondiale è esattamente quello che ho detto, perché il film uscirà in tutto il mondo.

Il cinema, quindi, può diventare anche strumento di divulgazione e di ricerca della verità?

Il cinema è strumento di comunicazione. E come tutti gli strumenti di comunicazione serve anche alla divulgazione. Per quanto riguarda la ricerca della verità, credo non ci sia mezzo mediatico che non possa essere utilizzato per questo fine.

La distribuzione è sempre, nell'ambito del cinema indipendente e autonomo, tanto più considerando la portata del documentario e del tema su cui verte, uno scoglio per gli operatori, i registi che vogliono uscire dal coro commerciale e omologante della sottocultura oggi esistente. Quali saranno i canali attraverso i quali il film verrà veicolato?

Per il momento il film è una vera opera indipendente. Non esiste produttore. Nel senso che non c’è nessuna persona fisica o società che ne sarà proprietario. La società proprietaria del film è il film stesso. Sarò più chiaro. Abbiamo fondato una cooperativa film e ne abbiamo messo in vendita le quote. Ci sono decine di azionisti, oltre a centinaia di sottoscrittori.
Per quanto riguarda la distribuzione, il film finirà in un primo momento a cinema (non solo in Italia, ma in tutta Europa), e solo in un secondo tempo verrà prima commercializzato in dvd e poi raggiungerà l’approdo finale televisivo. Le potenzialità per un successo di pubblico ci sono tutte, anche grazie ai grandi nomi di attori e di intellettuali che partecipano alla sua realizzazione. Proprio per questo siamo tutti molto fiduciosi.

Si può definire questo film un'opera propedeutica ed educativa, o solo di denuncia sociale e di approfondimento di un argomento che è stato mediaticamente liquidato con dolo in modo affrettato e superficiale?

Si può definire in tanti modi. E’ sicuramente un’opera educativa, ma anche di denuncia sociale, e perché no di intrattenimento.

Da tempo esiste in Italia un mondo parallelo di produzione e di distribuzione di opere indipendenti e non commerciabili: questo mondo, secondo te può essere concorrente a quello ufficiale e di massa, della grande produzione cinematografica?

Alternativo sì, concorrente non credo proprio. Per essere concorrenziali bisogna poter usufruire degli stessi canali distributivi. Cosa credo che non avverrà mai.

Il film documentario viene realizzato secondo quali tecniche cinematografiche di produzione: è un filmato in digitale, secondo una nuova impostazione tecnologica?

Il film è girato in alta definizione. Anche questa è una novità, almeno per l’Italia. L’alta definizione permette di realizzare immagini con una fotografia anche migliore di quella registrata sulla pellicola.

Sono state costose e dove sono state reperite le location?

Il film è stato girato negli Stati Uniti, in Italia e in Inghilterra. Siamo andati a scovare testimoni ed esperti ovunque essi fossero. Anche per questo il documentario è stato costoso. In più in Italia stiamo per girare in un teatro di posa. E sì, perché una parte del documentario si svolgerà su un palco teatrale.

Si può parlare di un ritorno al cinema come canale di denuncia sociale e di informazione alternativa, come lo è stato quello degli anni 60 e 70?

Credo che il cinema di denuncia non abbia mai cessato di esistere. E’ solo che in alcuni periodi la gente è stata più ricettiva e in altri meno.

Quale futuro secondo te ha il cinema documentaristico?

Il cinema documentario ha un grande futuro. E spero che se ne accorgano anche in Italia. Gli spettatori vanno a vedere gli spettacoli per cui sono stati educati. Se la tv manda in onda solo reality o ogni tanto documentari di animali gli italiani difficilmente andranno a cinema per vedere un documentario sociale o storico, cosa che invece avviene all’estero. In altri Paesi hanno capito la potenza del documentario, in Italia no.

Parliamo spesso di "borghesia illuminata", ossia una parte del ceto sociale produttivo che è interessata a porre in essere un proprio impegno industriale e aziendale a cause di natura sociale e di responsabilità comunitaria: in Italia avete avuto espresso l'interesse di alcune realtà inerenti a questo ceto sociale, se così si può dire, nonostante viviamo in un'epoca dove ancora l'imprenditoria italiana è affetta da provincialismo?

L’imprenditoria italiana è affetta da provincialismo, senza dubbio. Quante volte siamo venuti a sapere di ricconi che hanno sperperato il proprio denaro per imprese inutili o addirittura ridicole. E poi quando si va con il cappello in mano a chiedere fondi per cause nobili ci si sente chiedere la necessità di dare più garanzie di quante ne pretenda una banca. E anche in questo caso ricevere delle donazioni è quasi una chimera.

Le prime uscite del film documentario sono state già individuate: festival, rassegne, oppure servizi di approfondimento e di promozione mediatici, informativi?

Il film se tutto andrà bene sarà completato verso la fine di novembre. Ci stiamo muovendo per farlo accettare al Sundance Film Festival e al Festival di Berlino. Nel frattempo stiamo girando l’Italia per promuovere il progetto. Il 24 settembre, ad esempio, saremo al Milano Film Festival.
Mostreremo un lungo trailer e alcune interviste girate negli Usa.

 

 

Rif. 978  

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