Alessandro Rizzo
“Il Vangelo secondo Precario” è ormai nelle sale italiane dei circuiti alternativi, associazioni, comitati, sindacati, istituzioni locali. Stefano Obino è il regista ed è soddisfatto del successo del lungometraggio, innovativo dal punto di vista soprattutto della produzione cosiddetta dal “basso”. Intervistiamo Stefano per analizzare più a fondo la realizzazione del film secondo i tipici dettami della cinematografia documentaristica e di denuncia.
Perché titolare il lungometraggio “Il Vangelo secondo Precario”?
La narrazione è di tipo episodico e riguarda la storia attraversata da un personaggio precario e inviato sulla terra da San Pietro, storia opposta a quella di un messia divino. Il pugile, il personaggio in questione, è in un viatico continuo alla ricerca di storie quotidiane di precarietà.
Qual è il messaggio che hai voluto proporre?
Il messaggio è contenuto nel finale della narrazione. L’idea è quella di lanciare un messaggio aperto di riflessione. La frase “Il lavoro ti limita” è esemplificativa della condizione del precariato diffuso. Se da una parte perdere il lavoro significa perdere la propria libertà, dall’altra parte il lavoro è una condizione inevitabile che, però, dovrebbe rappresentare l’espressione umana che nobilita l’uomo. Ho voluto, così, porre una riflessione e non dare una tesi: il film, nonostante qualcuno abbia criticato questa caratteristica, non vuole invitare a fare la rivoluzione in quanto non credo sia giusto delegare a un film il compito di lanciare un invito di questo genere.
Come è nata l’idea?
L’idea nasce durante una cena fatta dai tre produttori del film. La società Oltremedia, dove lavoriamo, aveva tutte le possibilità per garantire tecnicamente e ad alto livello e grado la realizzazione di un lungometraggio. In Italia abbiamo pensato non esserci film che si dedicassero a questo tipo di soggetto: la precarietà. Non c’era un film che denunciasse la condizione dei lavoratori precari: una lacuna abbastanza pesante nel cinema italiano. Si è perso molto oggi, nell’ambito del cinema italiano, la capacità di denunciare socialmente una realtà.
Esiste un futuro in Italia per il cinema indipendente e underground, autoprodotto?
La situazione in cui versa oggi il cinema indipendente è di tipo estetico. Le scuole di cinema oggi esistenti ti insegnano a girare un lungometraggio in modo vecchio e sorpassato: il digitale, certamente, non permette di trovare e cercare un’estetica da pellicola. Il digitale ruba molti particolari e la sporcatura presente in esso garantisce molta forza al prodotto. Oggi deve esistere una centralità del soggetto, del tema, dell’argomento. Non esistono nelle scuole di cinema corsi di recitazione: trovo esserci una didattica vecchia. Da una parte abbiamo una struttura cinematografica tipica da pellicola, dall’altra una non struttura da digitale.
Quali sono i tuoi futuri progetti?
Attualmente non saprei dirti. Vorrei continuare a fare lavori di uguale portata per dimostrare che è possibile realizzare film con bassi costi di produzione e con una sottoscrizione popolare e diffusa. Oggi ha funzionato con “Il Vangelo secondo Precario” e, se la strada è buona, domani potrò avere un budget più alto. Avremo un progetto in prospettiva:“Chiedo asilo alla luna”, un film che tratterà la storia di migranti intenzionati a ritornare al proprio paese di origine. I “Mostri”, la nostra organizzazione che ha presentato il film, vorrebbero intraprendere ancora la strada dell’autofinanziamento dal basso.
Quali sono i tuoi riferimenti cinematografici?
Direi che Godard è un esempio molto impegnativo da seguire. Facendo drammaturgia la mia ispirazione è quasi sempre di stampo testuale, alla Germi, alla Petri, che considero ottimi sceneggiatori. Con “Il Vangelo” ho voluto creare una situazione come quella de “La classe operaia va in Paradiso” di Volontè. Questi sono i miei riferimenti forti. Dal punto di vista della regia direi che la mia maggiore influenza deriva da Lars Von Trier e Dardenne. Diciamo che per i giochi di controluce e per le bruciature dei contorni dietro ai personaggi tramite i vetri il riferimento forte e possibile è quello di “Ventuno grammi”. Il testo della recitazione è al centro dell’attenzione. Il mio modo di girare è americano, ossia a spalla con quadri di inquadratura finalizzati a rendere più risaltato il personaggio, come in Sjoberg. Il mio cinema è quasi documentaristico, come in “Bloody sunday” oppure come in Pontecorvo. Non voglio indorare la pillola del messaggio e del soggetto crudo e di denuncia forte e incisiva. La frase finale di San Pietro nel film è chiara e lapidaria: ciascuno faccia il suo tempo. Il montaggio, poi, artisticamente cerca di tagliare il fiato della battuta del personaggio.
La musica nel film è elemento portante e importante nella struttura complessiva?
Direi di sì. Taket Gohara il compositore ha lavorato molto con Banda Osiris. È il mixer della colonna sonora “Primo amore” di Garrone. La musica è una necessità strutturale.
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