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metafora della precarietà del cinema italiano
Il Vangelo secondo Precario

Alessandro Rizzo

“Il lavoro ti vincola, perderlo non ti libera” con questa frase nei titoli di coda si conclude il nuovo lungometraggio prodotto dal basso, che debutterà al cinema Anteo di Milano il prossimo lunedì 24 ottobre, grazie all’appoggio dell’Assessorato al Lavoro e alle Politiche Giovanili della Provincia di Milano.
Stiamo parlando de “Il Vangelo secondo Precario”, il film di Stefano Obino, prodotto da OltreMedia: una ben riuscita esperienza di diffusione e realizzazione di un prodotto cinematografico indipendente tramite la partecipazione dal basso della collettività.

In un giorno in una Milano alienante, afosa e soffocante si avvicendano e susseguono in modo concatenato diverse storie parallele di giovani lavoratrici e lavoratori alle prese con la questione sociale della precarietà.
Dora è una stagista presso la redazione di Zenzero TV, senza retribuzione, a cui la propria collega sottrae la paternità delle proprie idee innovative. Parallelamente conosciamo Marta, una giovane neolaureata a cui è stata affidata la compilazione di un lungo e paradossale questionario per un’indagine assurda Ixtat sulla flessibilità. Nella stessa città ci imbattiamo nella figura di Franco, agente finanziario, autore di un libro, “Tutti i frutti”, che potrebbe essere pubblicato, ma a costi onerosi. Infine troviamo Mario, un giovane avvocato in attesa di diventare socio dello studio presso cui collabora, pronto a passare, seppure con difficoltà e travagli interiori, nella “sfera dell’altra parte della mela”, quella di quelli che comandano. A “proteggere” e ad avocare a sé le numerose “preghiere” dei giovani precari, di cui questi personaggi sono solo alcuni esempi, è Sandro Precario, un pugile che è morto seppure non fosse il proprio momento.

La sceneggiatura si è realizzata grazie all’apporto di storie personali di ordinaria precarietà, storie vere e quotidiane. “La sceneggiatura – ha precisato Stefano Cella, produttore del film - si è arricchita di contenuti grazie all’apporto degli attori, che hanno messo, alle prese con i primi passi della propria attività lavorativa, molto della propria condizione personale”. L’opera è stata realizzata grazie alle sottoscrizioni, se ne contano 250, avutesi e raccolte da parte di un buon numero di persone, che hanno creduto in questa prima esperienza di, seppure difficile, finanziamento partecipato. Diverse, poi, sono state le associazioni, dall’ARCI alle ACLI, i sindacati, dalla Nidil CGIL alla Fisascat CISL di Milano, alla Camera del Lavoro di Milano, e le istituzioni, la Provincia di Milano, che hanno fortemente investito nella realizzazione di questo lungometraggio che indica quanto sia possibile, ancora oggi, un cinema indipendente, svincolato da condizionamenti esterni, basato su una libera denuncia sociale vera e reale.

La distribuzione avviene in modo alternativo, anche se da lunedì si spera possa incominciare a circuitare nell’ambito dei canali consueti: realtà aggregative sociali hanno finora ospitato la proiezione del film, dai circoli ARCI alle sale dei collettivi e dei centri sociali.
La tecnologia avanzata ha permesso, nonostante un bilancio di spesa ammontante a 40.000 Euro, una maggiore facilità nel realizzare un buon prodotto artisticamente competitivo. Il film è stato ideato con il lancio di un progetto ad aprile, la produzione è avvenuta durante il mese di agosto, mentre la fase del montaggio è stata relativamente breve, dal 15 agosto a fine ottobre. Il termine Vangelo vuole significare la sottolineatura dell’alto aspetto precario di una condizione umana che è vera, sociale, universale. La fotografia è molto buona in quanto tutto l’aspetto artistico è incentrato sulle immagini, il gioco di colori, la cattura del reale nella sua dimensione complessiva.

Gli attori vivono condizioni reali e vere, e reale e vera appare la narrazione delle storie e la recitazione diventa comportamento vivo, naturale, conseguente. Anche se traspare una certa frammentarietà nell’incessante susseguirsi di storie parallele vincolate da un unico filo conduttore, quello della miseria della condizione quotidiana dell’uomo abbandonato al proprio triste destino, possiamo dire che “Il vangelo secondo Precario” è un’opera di stampo godardiano dove l’attore diventa protagonista libero, autodeterminato, indipendente, non recitante, ma persona reale, fortemente presente. Ed è proprio in questo contesto che l’attore diventa lavoratore medesimo, parte attiva e non passivante di tutta la narrazione, fuori da ogni stile verisimile o romanzato. La raccomandazione dal basso è un primo gradino verso la lunga scala di realizzazione di nuove proposte di un cinema underground, veicolo di messaggi forti e chiari.

 

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foto L''intervista al regista Stefano Obino

 

 

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