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Il regista di Fame Chimica ci racconta la storia del film...
Intervista a Paolo Vari

Mirko Locatelli e Giuditta Tarantelli

Fame chimica ha avuto grande accoglienza e numerosi consensi dopo l’anteprima a Venezia e le proiezioni di Milano e Roma. Ci racconti brevemente la storia del film?

Il film parla di due ragazzi cresciuti nello stesso quartiere di periferia di una grande metropoli, arrivati ad un’età, 22 anni, in cui la vita sta cambiando, è l’età delle grandi scelte. La fame chimica è la voglia di consumare compulsivamente, di tirar tardi, di fare uso di sostanze stupefacenti, di andare in discoteca; Claudio e Manuel hanno vissuto fino a questo momento a pieno, ora “bisogna diventare grandi”..
I due protagonisti cercano a loro modo di ribellarsi a quel destino che sembra ineluttabile, che prevede che si sposino con la ragazza della panchina, che prendano il primo lavoro precario che capita…Lo fanno in modi diversi..
Claudio vuole trovare qualcosa di altro, di meglio, non accetta le cose così come vanno; Manuel vive alla giornata, spacciando, scegliendo la via più facile, vivendo di espedienti, sapendo che quella è una strada che porta poi a diventare delinquente tout court; lui non vuole diventare un delinquente, fare lo spacciatore è la sua idea di godersi la vita.
In parallelo c’è la storia del quartiere, attraversato da grandi tensioni sociali, tra residenti e nuovi immigrati. La piazza è il luogo in cui gli italiani vogliono costruire una recinzione per “tener fuori” gli immigrati spacciatori. Alle spalle dei giovani c’è un mondo adulto che vive da vittima tutte le tensioni che ci sono oggi in un quartiere periferico.
Gli abitanti sono vittime della situazione, sia i residenti che gli immigrati, regolari e non, sono strumentalizzati dal potere che non fa nulla per migliorare la situazione ma li usa per creare tensione sociale su cui speculare.
Gli eventi macrosociali della piazza hanno un loro peso nella storia di questi ragazzi.
Maya è l’amica che arriva da fuori, incarna la possibilità di qualcosa d’altro, non esistono solo il quartiere e la piazza, ma c’è qualcosa di diverso fuori.
Rappresenta una figura femminile forte; in questo mondo non c’è spazio per le donne, non sono considerate, il loro ruolo è fare compagnia agli uomini, le ragazze sulle panchine devono “fare le brave” mentre i ragazzi si stravolgono con la droga, nel mondo adulto stanno accanto agli uomini occupati nelle vicende del loro quartiere.
Maya invece aiuta i due ragazzi a capire che esiste una possibilità di vita fuori dal quartiere e aiuta soprattutto Claudio a fare delle scelte.
Uno dei pregi del film è dipingere il mondo giovanile delle periferie non disperato, ma vitale. Il mondo adulto è triste e rassegnato; i giovani sono mossi da quella voglia di vivere che li porta anche a eccessi negativi, come all’uso di droghe, allo spaccio, al maschilismo, ma che li fa andare avanti. Mantengono una grande forza vitale, che raramente viene raccontata dal cinema e mai dai media, sempre alla ricerca del dramma o della notizia su cui speculare, che poi spesso non dipingono quello che è il reale mondo giovanile nel quartiere.

Qualcuno ha paragonato Fame chimica all’Odio di Kassovitz.

L’odio raccontava una realtà molto drammatica, dava un ritratto disperato del mondo che raccontava, cosa in molti aspetti vera. Nel nostro caso le storie sono molto meno drammatiche, perché è vero che avvengono fatti drammatici di vita borderline, ma c’è comunque voglia di vivere. E’ il mondo degli adulti che porta alla disperazione, che è sconfitto.
Diciamo che abbiamo concesso un’apertura maggiore di credito ai nostri protagonisti.

Nel film non si vedono pistole…

Le pistole sono quella della polizia; la polizia è armata, non i ragazzi.. Non sono ancora arrivati a quella delinquenza.
Manuel se va avanti così diventerà un vero delinquente, ma per ora non è così, è il suo modo di stare fuori dalle regole.

E il mondo degli adulti? Dicevi che sono gli adulti i veri disperati, gli sconfitti…

E’ un mondo senza speranze, nel senso che c’è una guerra fra poveri, sono tutti sconfitti, trasmettono modelli negativi, possono solo prendersela con chi è più debole di loro.
Gli adulti sono vittime di quello che il potere vuole da loro, sono strumentalizzati dal politico di turno.

Parliamo ora della produzione del film, avete incontrato molte difficoltà?

In questo genere di produzione ti scontri maggiormente con certi limiti; in realtà Fame Chimica non sembra un film povero; anche nelle situazioni in cui dovevamo evocare grande partecipazione è andata molto bene. L’esito è stato confortante: anche con budget ridotti si può non rinunciare a nulla. Io e Antonio (Bocola, il co-regista, ndr) questo film volevamo farlo così, senza dover rinunciare a qualcosa, permettendoci tutto quello che volevamo. Nel film non ci si rende conto di quanta fatica si è fatta per raggiungere certi risultati, non sembra un film a basso budget.

E’ stato difficile fare una co-regia?

La regia in due non è stata difficile, anche perchè nel nostro caso abbiamo lavorato talmente tanto insieme che è come se fossimo una persona sola; poi il film nasce dalla partecipazione di tante persone, di un gruppo compatto.

Che accoglienza avete trovato nella periferia in cui avete girato?

Il nostro obiettivo era ritrarre una periferia qualunque, non contestualizzare una periferia specifica; quindi abbiamo girato anche in diversi quartieri di Milano, la Barona, Quarto Oggiaro, Bonola… Gli abitanti all’inizio erano diffidenti, questo perché non facevano differenza tra tv e cinema. Sono abituati ad essere invasi da telecamere che ritraggono il quartiere solo per i suoi aspetti drammatici e deleteri.
A noi chiedevano di non fare come la tv e i giornali che spesso arrivano per speculare sulla loro condizione senza ritrarre la verità, la varietà delle situazioni.
Dopo un po’ che eravamo in un quartiere si veniva a creare un rapporto di complicità con gli abitanti.
Io credo che quando vedranno il film saranno contenti di vedere la periferia come l’abbiamo ritratta noi.

Cosa ti viene in mente se ti parlo di cinema indipendente italiano?

Sentire parlare di cinema indipendente una volta mi faceva luccicare gli occhi, ora mi fa venire la pelle d’oca. Oggi ho capito come funziona il mondo del cinema in Italia, i produttori che si definiscono indipendenti spesso sono in realtà sfigati.
La maggior parte non cerca metodi produttivi diversi da quelli istituzionali, cercano sempre dai soliti tre canali che sono la Rai, la Medusa, il Ministero.
Ci sono alcune lodevoli eccezioni; altri riescono a mettere in piedi progetti indipendenti interessanti ma che non hanno i requisiti di qualità per il mercato. E’ come un boomerang: se il progetto non ha esito, diventa demotivante per chi si è impegnato.
Noi abbiamo deciso di fare il film nel momento in cui avevamo una distribuzione importante che ci dava delle garanzie.

Possibili soluzioni?

Bisogna recuperare un rapporto col pubblico. Smettere di elemosinare dai finanziatori soliti. Cercare di guardare oltre, di mettere in piedi progetti che possano essere sostenuti dal pubblico. Bisogna ripartire da qui, si vedono film prodotti e poi buttati via, che non trovano un pubblico.
La distribuzione bisogna farla con i più grandi; l’ipotesi di distribuzioni alternative fa i conti con il fatto che la gente vuole andare a vedere i film nei luoghi consoni al cinema, nelle sale attrezzate. Bisogna allearsi con i grandi distributori, questo è il nodo principale, è più facile produrre che distribuire.

Cosa pensi della produzione di cortometraggi?

Io ho iniziato a fare corti in un momento in cui se ne facevano tanti perché tante case di produzione avevano interesse a far sperimentare nuovi registi. E’ difficile rientrare con le spese, sono esperienze a perdere, mentre per i registi e per chi ci lavora è una palestra fondamentale; però non c’è mercato per il corto, non rientri mai a coprire i costi.

 

 

Rif. 633  

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