Alessandro Rizzo
Quale è la situazione attuale del cinema indipendente in Italia e ci puoi dare un'analisi sui festival esistenti, partendo da Corto Dorico 2009, della cui giuria d'onore sei componente?
Questa manifestazione serve a fare conoscere i registi che fanno corti. Occorre fare conoscere tra di loro le persone per le quali possiamo dire esista un fattore di fondo: l'autoproduzione.
I suggerimenti che posso dare per chi fa autoproduzione, appunto, è innanzitutto fare: è un biglietto da visita per farsi conoscere se riesci dopo una, due , tre volte a realizzare opere e partecipare ai festival.
In secondo luogo questi momenti garantiscono la circolazione dei corti. Spesso si rischia di creare una riserva indiana, un ghetto di poche persone. Questo ultimo passaggio è fondamentale per cercare risorse e per farti conoscere mentre potrebbe risultare, altrimenti, controproducente.
Quale è il messaggio che il cinema italiano può dare ed esprimere nel contesto culturale attuale?
Il cinema italiano, da Zavattini in avanti, ha avuto come obiettivo il raccontare un paese frastagliato, diverso, dal Nord al Sud. Questa caratteristica peculiare è stata persa negli anni 70, mentre ora si tende a riprenderla. E' esempio di questo la realizzazione di opere che riguardano gli anni di piombo. In italia esiste un problema riguardante la distribuzione delle opere all'estero. Fino alla metà degli anni 70 il cinema italiano era al secondo posto come fatturato in questa dimensione. Ora ha perso. Questo è un grosso problema.
Il cinema che non è da sala, dove esiste una visibilità consistente, rischia di diventare, così, invisibile. Esiste un flusso dove è possibile fare uscire queste opere, dai festival alla tv. Oggi esistono registi esordienti con un buon successo, parlo di Bellocchio e di altri autori più giovani.
In questa occasione si può parlare di una scuola italiana, è esistita o esiste una scuola italiana?
No: l'unica scuola è il neorealismo. Sono neorealiste opere come "Catene", "Totò cerca casa". Possiamo dire che quella è stata percepita come scuola.
Film come Mediterraneo, Il postino, La vita è bella, hanno in comune di essere ambientati nell'epoca del neorealismo, ma non possono essere ascrivibili a una determinata corrente. Gli anni 60 non hanno visto sorgere in Italia, unico stato al mondo, la corrente della Nouvelle Vague. Da Il sorpasso alla commedia di Betrolucci, a Olmi, Pasolini, Bellocchio scorgiamo autori e registi che hanno lavorato da soli. Non c'è stata una corrente ma diverse individualità.
Il cinema indipendente e il documentario quale futuro hanno in un contesto in cui esistono diverse difficoltà?
La TV. Si devono conquistare gli spazi sia in senso legislativo, per esempio la RAI potrebbe disporre spazi per la distribuzione di opere simili all'interno delle proprie trasmisioni culturali. Ma le potenzialità non possono essere offerte solo attraverso le leggi, anche se sarebbe importante. Vediamo in tutto questo anche un'altra scommessa. Quando presiedevo il Festival di Torino vedevo un'alta presenza di pubblico fatto di persone che, di solito, non accedevano alle sale cinematografiche tradizionali. Nella trasmissione La 25° ora trasmettevo documentari di precedente produzione con un discreto successo di share. Era, questa, un'iniziativa necessaria perchè si avverte una grande voglia di fare.
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