di Roberto Gardelli
Se desiderate vedere un film sul senso di solitudine e su come il potere non dia la felicità questo è il film giusto. Mi ci sono avvicinato con molta riluttanza poiché avendo visto “Lost in translation” e non essendomi affatto piaciuto non mi aspettavo qualcosa di positivo da questa proiezione. Tra l’altro, una delle cose che mi avevano lasciato perplesso nel trailer era l’idea della Coppola di utilizzare musiche del repertorio rock e new wave anni ’80 all’interno di un contesto filmico completamente diverso per stile e per epoca.
Invece la ricostruzione impeccabile dell’ambientazione e delle scenografie, la stessa Dunst ottima interprete di una Maria Antonietta viziata e spavaldamente sola fanno di questo lavoro un interessante affresco nel mondo pseudodorato della Francia del XVIII° secolo. Maria Antonietta sarà amata dai Francesi e dal re solo se darà alla luce almeno un figlio maschio, ma il bambino non arriva e lei rischia di essere declassata a semplice concubina, né più né meno come le altre cortigiane che abitano nella reggia, mentre Luigi XVI° si interessa soprattutto (o solo) alla caccia, tralasciando a volte persino i suoi doveri di regnante (almeno così la regista ce lo disegna). In questo quadro di perdita di autorevolezza, con un marito che sempre più si disinteressa a lei, sempre meno stimata e soprattutto rischiando di vanificare la funzione principale del matrimonio che era quella di legare insieme Francia e Austria, Maria Antonietta si ritrova a fare i conti con la solitudine, in un paese e in una corte che non la ama.
Ho visto il film due volte e a distanza di tempo: la seconda volta l’ho apprezzato ancor più della prima. L’idea della regista di abbinare il rock al dramma di Maria Antonietta è stata molto azzeccata: le musiche non sono inserite a caso ma sono contestualizzate nelle varie scene. Brani più veloci inseguono i vestiti della regina quando si cambia di abito, quando acquista tende, scarpe, stoffe, dolciumi e tutto quanto le serve per vivere dentro una gabbia d’oro come è Versailles, ma che in realtà sono la rappresentazione concreta di una solitudine umana profonda e inesorabile. I brani più lenti, più drammatici rappresentano lo stato di disagio e sconforto di Maria Antonietta.
Non è un film politico, non parla della Rivoluzione Francese ma parla della decadenza di un regime attraverso i comportamenti e i sentimenti della regina. Maria Antonietta è un personaggio che esprime la fine dell’ “ancien règime”, è lei stessa consapevolmente attrice di questa fine: quando con il re si allontana da Versailles per raggiungere Parigi, in un’alba autunnale, lei sa bene, e lo dice, che quella è l’ultima volta che vedrà quei giardini e quel palazzo. E sa che più nulla sarà come prima.
Il rock cui attinge a piene mani la Coppola è la new wave degli anni ’80, il nuovo stile del rock che, in fondo, lo ha trasformato nella forma canzone e nel suo significato post Woodstock e anni ’70. I Joy Division, Cure, Siouxsie & the Banshees, per citare solo alcuni dei gruppi più famosi, non parlano di rivolte, di pacifismo, o altro ma cantano solitudine, rabbia individuale, senso di nausea e disperazione. E’ un rock, quello scelto da Sofia Coppola per il suo film, che potrei definire a sfondo esistenziale e che bene si mescola al senso di disagio che prova la regina soprattutto quando quattordicenne va in sposa al re di Francia.
In ultima analisi un bel film e una scommessa, vinta, da Sofia Coppola di inserire una colonna sonora moderna su un film in costume.
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