di Roberto Gardelli
Parlare di un film degli ormai lontani anni ’70 e per di più di un film cult dell’ epoca è sempre salutare in un periodo dove imperano i film-panettoni natalizi. E questo film non è certo la migliore rappresentazione di celluloide del natale e dei sentimenti di “ipocrita” (spesso) bontà che questa festa dovrebbe trasmettere. Meglio così: liberi di parlare senza retorica di un film che nel 1976 è stato il precursore di episodi cinematografici quali “Warriors” (1980) e affini, con colonne sonore mozzafiato e guerra tra bande nelle città luminose dell’America in/felice. Questo film è la faccia nascosta di una Los Angeles degradata, dove l’ordine e l’apparente felicità tutta lusso, cinema e Hollywood si scontra con la realtà di un distretto di polizia che sta per essere chiuso, a cui hanno già staccato il telefono e con i pochi poliziotti rimasti che si trovano a dover difendere dall’agguato di una banda di delinquenti un cittadino che si rifugia dentro la sede del Distretto.
Il film è precursore anche dello stile Carpenter: gruppo di protagonisti isolato e rinchiuso dentro un ambiente che deve cercare di salvare la pelle mentre sono circondati dal nemico. Struttura claustrofobica della sceneggiatura, stesso stile in “La Cosa”, in “The Fog”, e altri suoi capolavori. In Distretto 13 c’è però un altro aspetto importante: i valori etici o morali sono assegnati non solo a personaggi che, convenzionalmente, ne sono portatori. Ad esempio, nel film, all’interno della prigione del Distretto ci sono due condannati che aiuteranno i poliziotti nel tentativo di salvarsi dall’assalto delle bande di delinquenti. Infatti, queste bande scatenano una vera e propria guerra, un assedio, nei confronti del Distretto e tutte le forze che sono dentro (poliziotti e condannati insieme) sono chiamati a lottare se si vogliono salvare. Essendo in piena guerra fredda il messaggio di Carpenter non è poi tanto nascosto: buoni e cattivi dell’America siamo comunque uniti contro i cattivi “comunisti” della Unione Sovietica. Ma non c’è solo questo. Carpenter, in un’ottica tutta yankee e a modo suo, cerca di far cadere anche barriere sociali all’interno del suo paese; egli rappresenta il poliziotto buono con un attore afroamericano e uno dei condannati con un bianco. Tra loro nascerà un sodalizio che sarà determinante nel film. L’ambientazione è scura, girato di notte, il clima costruito è di costante tensione che cresce nel corso del film. Verso la fine assume toni un po’ troppo bellici, e non volendo svelare il finale per chi lo vorrà vedere, molto in stile western…
La musica, di Carpenter, che quando ha potuto si è fatto la sceneggiatura, la regia e la colonna sonora non è particolarmente esaltante, ma rende molto bene il pathos del film. Egli previene i momenti di violenza gratuita di una banda criminale, all’inizio del film, con un suono lungo di synth che fa accompagnare, durante le scene di tensione dentro il Distretto, da un giro di fondamentali con basso e suoni sintetici. A dare il senso della modernità del film la musica contribuisce molto, perché non vi sono suoni acustici: Carpenter utilizza suoni di basso elettrico e di sintetizzatore. Trova, in certi punti, una linea melodica discendente col basso e synth, ma niente di più. La musica è equilibrata in un ottimo rapporto con i silenzi e le tensioni delle scene, è musica discreta e, seppur non eccezionale, per questo motivo molto centrata nell’economia generale del film.
Da non sottovalutare, infine, l’andamento melodico degli accordi che è discendente e dà alle immagini un senso di malinconia e di ineluttabilità degli eventi, come se non ci fosse scampo per i protagonisti, ma soprattutto come se il futuro dell’America (cioè l’oggi, trent’anni dopo) fosse già racchiuso nel film, nell’ embrione di una società sempre più violenta e senza legge.
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