a cura di Roberto Gardelli
E’ il primo film di Alessandro Angelini. Esordiente nel lungometraggio ma capace di realizzare un film molto intimista: un ragazzo fa l’educatore in un carcere a Roma e incontra tra i nuovi carcerati anche il padre anziano che era stato arrestato tanti anni prima e che, da allora, aveva voluto rompere i legami con la moglie e i figli. Il film è il tentativo di riavvicinarsi a questo genitore con la speranza di riannodare un legame che il giovane credeva spezzato per sempre. Film intenso, introspettivo, girato quasi tutto in carcere e in una Roma notturna e misteriosa. Anche questa ambientazione rende al film l’omaggio di una sensibilità interiore di cui la musica costituisce una opportuna colonna sonora. Si ascoltano pochi suoni: suoni di cembalo, tremolo di chitarra e note di bordone di contrabbasso: la musica è perennemente “sospesa” creando un misto di attesa e di tensione. Proprio come il girovagare notturno del protagonista o l’isolamento individuale in cui ogni detenuto è raccolto dentro al carcere-istituzione. Non è un film contro il sistema carcerario: è un film sulla memoria, sugli affetti persi che in certi periodi della vita si infiammano e si riaprono come ferite sanguinanti e dolorose. Ho trovato particolarmente bella la scena in cui il ragazzo, durante un colloquio “ufficiale” col padre detenuto, lo invita a chiedere perdono alla famiglia della persona che egli aveva ucciso venti anni prima e per aiutarlo, il ragazzo, inizia a scrivere, lui, la lettera in cui, a un certo punto, dice: “ so di aver distrutto la vostra esistenza e quella della mia famiglia”. A questo punto il padre contesta questa frase, dicendo “che gliene frega a questi della mia famiglia, io l’ho persa tanto tempo fa”… in realtà il ragazzo, scrivendo questa frase, scrive il desiderio che suo padre si renda conto del dolore che gli ha creato, la lettera di scuse diventa una sorta di autoconfessione. Il figlio, cioè, che vorrebbe fare scrivere al padre: guarda quanto dolore mi hai dato.
Vi sono momenti molto intensi e di notevole bellezza: lo sguardo del giovane nel cortile del carcere che fissa il padre senza che quest’ultimo se ne accorga e contemporaneamente il suono di una nota tenuta di clarinetto che giunge come una spina nel cervello del ragazzo ( e dello spettatore): questo suono, questo “chiodo” è come un’ossessione, un interrogativo, un’attesa sui sentimenti ancora sconosciuti che il padre potrà mostrargli, quando egli si rivelerà a lui. Il tema musicale o meglio i suoni utilizzati nei titoli di testa vengono spesso ripresi nei momenti in cui il protagonista fa jogging, da solo, per la strada, aumentando il senso di solitudine e di intimità già disegnato dalle immagini.La musica è presente in modo discreto quasi sempre nei momenti dove non c’è dialogo, per “riempire” le immagini più che per commentarle. Essa è costituita da piccoli frammenti, piccole frasi senza un leitmotiv preciso. Bravi i musicisti: Luca Tozzi, compositore delle musiche che suona chitare, contrabbasso e synth, Luca Bacchi al sax soprano e clarinetto e Giordano Giannarelli alla fisarmonica. Unico appunto che si può fare all’ascolto di questa colonna sonora è che non presenta variazioni di sorta; appare cioè un po’ ripetitiva e monotona. D’altronde il film stesso non presenta particolare colpi di scena e la musica stessa è realizzata, come ho detto sopra, con frammenti musicali che fanno da tela ai colori aspri del travaglio interiore dell’animo del protagonista. Questo film, questa musica sono la rappresentazione di uno stato d’animo. In conclusione: un’ottima integrazione tra musica e immagine, dove entrambe necessitano l’una dell’altra per realizzare il lavoro compiuto.
Vorrei, proprio su questo punto, aggiungere una mia personale considerazione: dalla visione di questo film e del precedente recensito in questa rubrica, “In memoria di me” di Saverio Costanzo, emerge un quadro particolarmente interessante sugli sviluppi della musica per film in Italia. Tra i nuovi “emergenti” registi e soprattutto nei musicisti che li affiancano si sta facendo strada l’idea della colonna sonora non più come commento sonoro cioè con la sottolineatura di scene particolari, con la creazione di un tema principale che domina tutto il film (secondo l’esempio di Morricone e degli altri grandi maestri del cinema nazionale ed internazionale del ‘900) ma piuttosto come una visione più destrutturata della musica, più incentrata sul lavoro di sound designer e con una collaborazione sempre più stretta tra musicisti e registi. Ne parliamo proprio con l’amico e compositore de “L’aria salata”, Luca Tozzi.
Roberto:”la scelta di non comporre un tema melodico che svolga funzione di leitmotiv del film è stata tua o del regista?”
Luca:” Il film racconta uno stato d’animo, anzi diversi stati d’animo; direi che la scelta di non mettere un tema melodico portante è stata condivisa, preferendo lavorare sui timbri degli strumenti (armonica a bicchieri, bordoni di contrabbasso al ponticello, clarinetto trattato, frasi di strumenti mandate al contrario) cercando di farli corrispondere ai personaggi del film. In realtà non c’è un' idea melodica (nel senso tradizionale del termine) ma ci sono diverse “situazioni” musicali che ritornano nel film dove l'aspetto predominante è affidato ora al timbro ora all'articolazione (nel caso della chitarra: arpeggi, trilli eseguiti con monete, impiego di effettistica varia)
Roberto:” Ho notato che ultimamente i giovani registi, esordienti o meno, tendono a non preoccuparsi di sottolineare le immagini con musiche legate a temi musicali ma preferiscono utilizzare la musica come “amplificazione” dello stato emotivo dei vari personaggi. E’ una tendenza che riscontri nel nuovo cinema italiano e se è così, da cosa può dipendere”?
Luca:” Beh, innanzitutto non si lavora da noi come negli Usa dove non ci sono quasi mai problemi di budget. Da noi l’uso centellinato delle orchestre ha portato anche a trovare nuove forme di composizione musicale. Comunque non è un problema solo di budget. Credo che le nuove tecnologie, l’avvento del digitale, permettano una rappresentazione della realtà differente; una volta i film si realizzavano su set costruiti apposta, con luci, sfondi, ecc. non che oggi non si faccia più così, ma certamente l’avvento del digitale, le migliori e più portabili tecnologie permettono di arrivare a una rappresentazione della realtà attraverso un percorso opposto, più documentaristico. In sostanza tutto diventa meno finto, e la musica, di conseguenza, sottolinea il reale e non più un mondo ricostruito con una musica anch’essa ricostruita e spesso ridondante. Anche per gli strumenti è così: sempre più si utilizzano suoni sintetici, campioni e pc: nulla toglie la bellezza degli strumenti veri di un’orchestra ma ci si è resi conto che l’orchestra non è più la sola risorsa ma una delle risorse possibili per le colonne sonore.”
Roberto:” Questo cambiamento dipende solo dalla sensibilità dei musicisti, dalla tecnologia o anche dai registi?”
Luca:” Credo che oggi, grazie anche alle possibilità infinite di ascoltare musica in ogni momento e in ogni luogo, i registi abbiano una maggiore consapevolezza musicale, e sempre più la colonna sonora nasce, teoricamente, su un lavoro di confronto comune tra il compositore e il regista.”
Roberto:” La musica dei titoli di coda è un brano di repertorio. Chi è l’artista?”
Luca:” Si tratta di Anthony & the Johnson col brano “Hope there’s someone”. Vedi, questo brano è stato scelto da Angelini e, personalmente, lo trovo azzeccatissimo per il film.”
Ringrazio Luca per questa piacevole e interessante chiacchierata sulla musica del più recente cinema italiano. Vi ricordo che, chi fosse interessato, Luca Tozzi può essere contattato su www.myspace.com/lucatozzi77
Alla prossima recensione.
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