Roberto Gardelli
Girato nell’isola di San Giorgio Maggiore, di fronte ad una Venezia livida che a malapena appare dalle grandi finestre poste in fondo al largo corridoio, ai lati del quale sono distribuite uniformemente le stanze dei giovani seminaristi in prova, il film scorre intenso, profondo e angosciante attraversando gli stati di coscienza del protagonista e degli amici/compagni che vivono nel seminario. Il corridoio, dal pavimento sempre luminoso e marmoreo è come la spina dorsale del film: qui si incrociano sguardi furtivi e interrogativi tra i ragazzi, qui il protagonista segue rasentando la parete, coloro che gli suscitano curiosità e dubbi. Il corridoio è uno spazio aperto che nasconde tante stanze, ognuna con un segreto, una storia personale, un ambiente denso di speranze, dubbi, ricordi o certezze nella fede. Perché siamo in un seminario, dove il protagonista, giovane trentenne di buona famiglia, uno che fuori di lì “ha avuto successo” come si definisce, è alla ricerca di una vita meno vuota, di una vita con dei valori, con un “credo”. Egli spera di trovarlo nella fede e nella religione. Ma, a differenza della violenza rappresentata in “Magdalene” o in “La mala educacion” Costanzo ci mostra il volto subdolo dell’istituzione religiosa, nella quale nessuno è obbligato a restare ma in cui, se resta, deve accettare regole che vanno anche contro l’educazione base del buon cristiano, come ad esempio, quella di non mentire, di non essere delatore e spia di comportamenti altrui. E’ questo che lascia perplesso il protagonista: entrato in quel luogo per trovare una fede si scontra gradualmente con un’istituzione che proclama “freddamente” e didatticamente la fede e che per sopravvivere, come comunità, non disdegna la ipocrisia e la menzogna. Come è possibile parlare di amore e di sincerità e poi comportarsi in modo falso e ipocrita? Questo è ciò che Costanzo riesce a trasmettere in modo magistrale nel suo film: poco importa se il protagonista alla fine troverà o meno la fede; qui non ci sono preti pedofili o superiori che picchiano ragazzi: qui c’è il punto di crisi presente in tutte le istituzioni: essere aperti e sinceri nelle idee, dichiarare la libertà di intenti salvo poi non applicarla dentro l’istituzione stessa per paura che essa si spezzi.
La musica degli Alter Ego che già avevano lavorato con Costanzo in “Private” è intensa, e in parte si adegua a questa “doppiezza istituzionale” e alle crisi di coscienza dei protagonisti adottando una diversità di arrangiamenti strumentali nei vari brani: spesso quando il protagonista è da solo si sente solo un piano o un violoncello, quando è in compagnia si sente l’intero ensemble di strumenti.
Nel film è presente anche una buona dose di musiche del repertorio classico, soprattutto brani di pianoforte. L’ensemble, di provata esperienza musicale classica/contemporanea, si muove agevolmente tra queste immagini lasciando spesso al singolo strumento il compito di diventare cassa di risonanza della solitudine e dei pensieri degli attori.
Per concludere, credo che la musica contribuisca a dare un’atmosfera da thriller al film, forse calcando un po’ troppo su questo aspetto, lasciando lo spettatore in attesa di un evento drammatico e violento che non arriva. Di contro, sempre la musica sa però inserirsi perfettamente in certi ritmi del film amplificando il senso di angoscia e di intensità della ricerca interiore del protagonista.
Un film bello, comunque intenso e molto interessante: e chi, vedendo il film, dovesse soffermarsi a sottolineare nel bene e nel male la scena del bacio tra il novizio e il superiore, non ha capito nulla delle due ore di ricerca interiore, passate a camminare lungo un corridoio sempre lucidato, con i vaporetti di Venezia visti attraverso enormi vetrate, dall’altra parte del mare, distanti dall’isola in cui ogni novizio alloggia.
|